Terre di vento, fuoco e solitudine

2018

Nel 1432 i portoghesi approdarono sulle coste di Santa Maria con un vascello comandato da
Gonzalo Velho, uno dei più fedeli esploratori di Enrico il Navigatore. Gaspar Frutuoso, sacerdote
e rubricista di bordo, fu il primo ad annotare le sue impressioni. Nel suo taccuino descrisse quel
luogo crudo, disabitato e dominato dai rapaci come terre di vento, fuoco e solitudine.

La natura di queste isole, vertici occidentali d’Europa, sa essere fertile e mansueta (tanto da farle
assomigliare a dei giardini verdissimi) come ostile (tempeste, terremoti ed eruzioni sono quasi
un’abitudine), e l’umanità che le abita è rarefatta, residuale. Contadini e pescatori, il cui orizzonte
fisico e mentale si determina in pochi chilometri quadrati di terra circondati da oceano, convivono
con un’esigua comunità di vecchi contrabbandieri in pensione, hippie sbarcati senza un soldo per
aggiustare la barca e ripartire, narcotrafficanti in incognito, piloti che hanno smarrito la strada e
marinai alla deriva che girano cercando lo scoglio giusto su cui approdare o contro cui rovinare
definitivamente.

Fuori dalle taverne in cui i racconti si mescolano all’odore del gin e agli schiamazzi degli equipaggi
appena sbarcati, battuti dal vento, ci sono i paesaggi silenziosi che l’impronta umana ha plasmato
negli ultimi sei secoli. Se Gaspar Frutuoso li potesse vedere non li riconoscerebbe da tanto sono
cambiati. Una cosa, forse, è rimasta uguale: una specie di indefinita e struggente malinconia, come
se questi brandelli di terra emersa fossero solo un’idea, l’illusione di un arcipelago appena sputato
dalle profondità marine, oppure in procinto di inabissarsi da un momento all’altro.